Domande frequenti

Come si vede dalla scheda di sicurezza di un prodotto se è pericoloso o non pericoloso?

Le schede di dati di sicurezza SDS (Safety Data Sheet) rappresentano il documento tecnico più significativo ai fini informativi sulle sostanze chimiche e loro miscele, in quanto contengono le informazioni necessarie sulle proprietà fisico-chimiche, tossicologiche e di pericolo per l'ambiente necessarie per una corretta e sicura manipolazione delle sostanze e miscele e che consentono quindi l’individuazione delle caratteristiche di pericolo di un rifiuto.
Il formato della scheda di dati di sicurezza è definito nel regolamento REACH. La scheda è divisa in 16 sezioni, e ogni sezione è descritta nella parte corrispondente della presente guida.
Se la sostanza o miscela è classificata come pericolosa ai sensi del regolamento sulla Classificazione, etichettatura e imballaggio (CLP), gli ingredienti o impurità pericolosi saranno segnalati in una tabella che ne mostra il nome chimico, il numero CE e/o CAS. Se presente, sarà anche indicato il numero di registrazione.
La scheda di sicurezza descrive le caratteristiche della sostanza che si va a impiegare, nonché le misure di primo soccorso e antincendio, l’uso sicuro della sostanza, il metodo di smaltimento ed altre informazioni utili per la sicurezza dell’uomo e dell’ambiente.

Che cosa sono le Caratteristiche di Pericolo?

Il D.lgs. 152/06 riporta due definizioni praticamente identiche di rifiuto pericoloso: ex articolo 184, comma 4 “sono rifiuti pericolosi quelli che recano le caratteristiche di cui all’Allegato I”, mentre ex art. 183, è pericoloso “il rifiuto che presenta una o più caratteristiche di cui all’allegato I della parte quarta del presente decreto”, ovvero l’allegato che enuncia le caratteristiche di pericolo.
L’attribuzione delle caratteristiche di  pericolo  è poi direttamente  collegata  a quanto
disposto nella già citata Decisione 2000/532/Ce e s.m.i., istitutiva dell’Elenco Europeo

dei Rifiuti, e recepita nell’Allegato D alla Parte IV del TUA. Sulla base di tale catalogo
possiamo affermare che esistono due tipi di rifiuti pericolosi:
1. Pericolosi in assoluto: per il punto 4 della Introduzione all’Allegato della Decisione, i rifiuti contrassegnati nell’elenco con un asterisco «*» sono rifiuti pericolosi ai sensi della Direttiva 91/689/Cee relativa ai rifiuti pericolosi e ad essi si applicano le disposizioni della medesima Direttiva;
2. Pericolosi sub condicione: per il punto 5, invece, se un rifiuto è identificato come pericoloso mediante riferimento specifico o generico a sostanze pericolose, esso è classificato come pericoloso solo se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni, tali da conferire al rifiuto in questione una o più delle proprietà di cui all’All. III della Dir. 91/689/CEE. Tale ultimo inciso (di cui al punto 5 Allegato D del D.lgs. 152/06) è stato modificato dal D.l. 2/2012 che ha previsto che “se un rifiuto è identificato come pericoloso mediante riferimento specifico o generico a sostanze pericolose, esso è classificato come pericoloso solo se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni (ad esempio, percentuale in peso), tali da conferire al rifiuto in questione una o più delle proprietà di cui all'allegato I.” Ed è solo in tale seconda circostanza che il produttore è tenuto – per attribuire una corretta codificazione – ad eseguire analisi da parte di un laboratorio certificato per valutare la pericolosità di un rifiuto. Più dettagliatamente, la classificazione di un rifiuto identificato da una “voce a specchio” e la conseguente attribuzione del codice, devono essere effettuate dal produttore/detentore che si assume la responsabilità di tale classificazione/catalogazione e, per determinare quando un rifiuto è classificato come non pericoloso o pericoloso, si deve concretamente procedere ad analizzare chimicamente il materiale allo scopo di caratterizzarlo. Infatti, secondo la Suprema Corte “la classificazione di un rifiuto identificato da una voce a specchio e la conseguente attribuzione del codice (pericoloso/non pericoloso) compete al produttore/detentore del rifiuto; ne consegue che dinanzi ad un rifiuto con codice a specchio, il detentore sarà obbligato ad eseguire le analisi necessarie per accertare l’eventuale presenza di sostanze pericolose, e l’eventuale superamento delle soglie di concentrazione; solo allorquando venga accertato, in concreto, l’assenza o il mancato superamento delle soglie di sostanze pericolose, il rifiuto con codice a specchio potrà essere classificato come non pericoloso” (Cass. Pen., 46897/2016).
Un rifiuto individuato da una “voce a specchio” è, allora, identificato come pericoloso, dunque, solo se le sostanze pericolose in esso presenti raggiungono specifiche e predeterminate ex lege concentrazioni tali da conferire al rifiuto una o più delle proprietà di cui all’Allegato I del D.lgs. 152/06.
Quindi, oltre ai casi in cui un rifiuto appare manifestamente pericoloso o, al contrario, non pericoloso in assoluto, v’è la possibilità che l’una o l’altra circostanza sia influenzata dalla soglia di pericolosità data dalla concentrazione di una determinata sostanza ai sensi della disciplina REACH (Regolamento (CE) n. 1907/2006 concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche e successive modifiche).

Che cos'è il codice CER?

CER è acronimo di Codice Europeo dei Rifiuti. Attribuire un CER ad un rifiuto equivale a classificarlo.
La disciplina di riferimento trae origine dall’Introduzione alla Decisione 2000/532/Ce, come recepita nell’Allegato D, parte IV del D.lgs. 152/063, dove si spiega che codice CER è costituito da tre coppie di numeri ove la presenza di un asterisco indica la natura pericolosa del rifiuto.
La prima attività da svolgere per l’attribuzione della prima coppia, consiste nell’indagare con precisione la fonte di produzione del rifiuto o settore industriale di provenienza (punto 3.1 Allegato alla Decisione 2000/532/Ce riportato al punto n. 3) del D.lgs. 152/2006: è il cosiddetto “criterio dell’origine” o “della provenienza”.
Le due coppie di numeri successivi, poi, verranno determinate secondo le indicazioni che portano a tener conto del processo specifico di produzione e del tipo di rifiuto generato (lavorazione specifica del settore industriale).
La terza coppia indica le sostanze effettivamente contenute all’interno del rifiuto.
Infine, in base alla scelta attributiva fatta, saranno poi determinate attività e scelte successive quali, ad esempio, le modalità di smaltimento.
Il DL 91/2014, convertito con legge 116/2014, sottolinea che la responsabilità di attribuzione del CER è del produttore, il quale non può demandare semplicemente questa responsabilità ad un consulente o ad un laboratorio di analisi, ma deve innanzi tutto raccogliere egli stesso, essere consapevole e registrare in un apposito documento (da tenere presso la sede produttiva del rifiuto) le informazioni che servono per determinare il codice CER e capire se il rifiuto è o non è pericoloso.

 

Per quanto tempo bisogna conservare i formulari?

Il formulario di identificazione deve essere redatto in quattro esemplari, compilato, datato e firmato dal produttore dei rifiuti e controfirmate dal trasportatore che in tal
 
modo dà atto di aver ricevuto i rifiuti. Una copia del formulario deve rimanere presso il produttore e le altre tre, controfirmate e datate in arrivo dal destinatario, sono acquisite una dal destinatario e due dal trasportatore, che provvede a trasmetterne una al predetto produttore dei rifiuti.
Le copie del formulario devono essere conservate per cinque anni.

Che cosa è un formulario?

Si tratta della carta di identità del rifiuto. In base all’art. 193 del d.lgs. 152/06 i rifiuti devono essere accompagnati da un formulario di identificazione dal quale devono risultare almeno i seguenti dati:

  • nome ed indirizzo del produttore dei rifiuti e del detentore;
  • origine, tipologia e quantità del rifiuto;
  • impianto di destinazione;
  • data e percorso dell'istradamento;
  • nome ed indirizzo del destinatario.

Che cos'è un rifiuto Pericoloso?

Sono rifiuti pericolosi ex articolo 184 comma 4 TUA “quelli che recano le caratteristiche di cui all’Allegato I”; più precisamente, l’art. 183, dedicato alle definizioni, riporta la nozione rifiuto pericoloso quale “rifiuto che presenta una o più caratteristiche di cui all’allegato I della parte quarta del presente decreto”.
Sempre l’art. 184, co. 5, chiarisce che l'elenco dei rifiuti di cui all'allegato D alla parte quarta del presente decreto include anche i rifiuti pericolosi e tiene conto dell'origine e della composizione dei rifiuti e, ove necessario, dei valori limite di concentrazione delle sostanze pericolose. Esso è vincolante per quanto concerne la determinazione dei rifiuti da considerare pericolosi.

 

Che cos'è un rifiuto Speciale?

Ai sensi dell’art. 184 del Testo Unico Ambientale i rifiuti sono classificati, secondo l'origine, in rifiuti urbani e rifiuti speciali e, secondo le caratteristiche di pericolosità, in rifiuti pericolosi e rifiuti non pericolosi.
Sono rifiuti speciali: a) i rifiuti da attività agricole e agro-industriali , ai sensi e per gli effetti dell'art. 2135 c.c.; b) i rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione, nonché' i rifiuti che derivano dalle attività di scavo, fermo restando quanto disposto dall'articolo 184-bis; c) i rifiuti da lavorazioni industriali; d) i rifiuti da lavorazioni artigianali; e) i rifiuti da attività commerciali; f) i rifiuti da attività di servizio; g) i rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti, i fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento di fumi; h) i rifiuti derivanti da attività sanitarie.

 

La responsabilità del produttore finisce quando il trasportatore lo ritira?

Il diritto europeo ha enucleato a livello di principio la responsabilità estesa del produttore con la Direttiva 2008/98, precisandola poi nel contesto dell’economia circolare. Tale forma di responsabilità si intreccia e si completa con i principi di corresponsabilità e di responsabilità condivisa che presiedono alla gestione dei rifiuti. L’art. 8-bis della recente direttiva sulla economia circolare, la 2018/851, ha individuato i requisiti minimi di funzionamento dei regimi EPR (responsabilità estesa del produttore) dei singoli stati membri spingendo per una individuazione tipica e predeterminata di tale figura (generica è infatti la formulazione contenuta nell’art. 178 del TUA in base al quale “La gestione dei rifiuti è effettuata conformemente ai principi di precauzione, di prevenzione, di sostenibilità, di proporzionalità, di responsabilizzazione e di cooperazione di tutti i soggetti coinvolti nella produzione …”). Quindi, il soggetto coinvolto nella filiera del rifiuto, risponde non solo del suo operato, ma anche di eventuali comportamenti illeciti del soggetto cui conferisce o trasferisce immediatamente il rifiuto, qualora non adempia a determinati obblighi di controllo, alla stregua dell’ordinaria diligenza. In particolare, il produttore-detentore di rifiuti speciali non pericolosi, qualora non provveda all’auto smaltimento o al conferimento dei rifiuti a soggetti che gestiscono il pubblico servizio, può ex art. 188 D.lgs. 152/06 consegnarli ad altri soggetti, ma, in tal caso, ha l’obbligo di controllare che si tratti di soggetti autorizzati alle attività di recupero o di smaltimento; ove, per contro, tale doverosa verifica sia omessa, il produttore-detentore risponde a titolo di concorso con il soggetto qualificato (nella specie, smaltitore) nella commissione del reato di cui all’art. 256, co. 1 D.lgs. 152/06. Peraltro, il produttore di rifiuti risponde della contravvenzione di cui all’art. 256, co. 1, del D.lgs. 152/06, a titolo di concorso col soggetto ricevente, nel caso in cui quest’ultimo risulti privo della prescritta autorizzazione al recupero.

Ci sono sanzioni se trasporto il rifiuto con un mezzo non autorizzato?

Chiunque debba effettuare un trasporto di rifiuti deve iscriversi nell’apposita categoria dell’Albo nazionale dei Gestori Ambientali oltre che avere le normali autorizzazioni al trasporto. Secondo l’art. 256 d.lgs. 152/06 il trasporto in assenza di tale iscrizione comporta:

  • la pena dell'arresto da tre mesi a un anno o con l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti non pericolosi;
  • la pena dell'arresto da sei mesi a due anni e con l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti pericolosi.

Inoltre, è prevista la confisca obbligatoria del mezzo ex art. 259, comma 2, d.lgs. 152/06.

Cosa devo fare per poter trasportare i rifiuti prodotti dalla mia attività?

Stabilisce l’art. 212, c. 8, D.lgs. 152/06 che “I produttori iniziali di rifiuti non pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti, nonché i produttori iniziali di rifiuti pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti pericolosi in quantità non eccedenti trenta chilogrammi o trenta litri al giorno, non sono soggetti alle disposizioni di cui ai commi 5, 6, e 7 a condizione che tali operazioni
 costituiscano parte integrante ed accessoria dell’organizzazione dell’impresa dalla quale i rifiuti sono prodotti”. Pertanto il produttore si iscriverà all’Albo Nazionale Gestori Ambientali per il conto proprio in categoria 2-bis potendo trasportare i propri rifiuti non pericolosi senza limiti quantitativi e i propri rifiuti pericolosi fino a 30 kg/l al giorno.
L'iscrizione all'attività di trasporto dei rifiuti autoprodotti è inquadrato dal nuovo Regolamento dell'Albo Gestori Ambientali all'articolo 8, comma 1b del D.M. n.120/2014. Devono iscriversi nella Categoria 2/bis dell'Albo Gestori Ambientali i seguenti soggetti:
• Produttori iniziali di rifiuti non pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti;
• Produttori iniziali di rifiuti pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto di trenta chilogrammi o trenta litri al giorno dei propri rifiuti.
Per "produttore iniziale" si intende l'impresa/ente la cui attività ha prodotto il rifiuto, escludendo i cosiddetti "nuovi produttori", cioè i soggetti produttori di rifiuti a seguito di operazioni di pretrattamento, miscelazione o altre operazioni che modificano la natura o la composizione di detti rifiuti.
È necessario che tali operazioni costituiscano parte integrante ed accessoria dell'organizzazione dell'impresa produttrice dei rifiuti (D.lgs. n.152/2006, art.183, c.8). Tale trasporto deve quindi costituire una delle attività ordinarie da cui le imprese traggono un reddito o un altro vantaggio economico.

Diversamente, il produttore dovrà avvalersi di ditte esterne di autotrasporto espressamente autorizzate per i rifiuti e, a tal fine, iscritte all’Albo dei Gestori Ambientali.

 

Quando si compila la dichiarazione MUD?

Entro il 30 aprile di ogni anno con riferimento all'anno precedente.
N.B. In relazione alla grave emergenza sanitaria “Covid-19” la scadenza MUD 2020 è prorogata al 30 giugno in base al Decreto Legge n. 18/20 cd. “Cura Italia”.

 

Chi deve per legge effettuare la dichiarazione MUD?

I soggetti tenuti alla presentazione del MUD, per le sue diverse parti, sono:

  1. Chiunque effettua a titolo professionale attività di raccolta e trasporto di rifiuti
  2. Commercianti ed intermediari di rifiuti senza detenzione
  3. Imprese ed enti che effettuano operazioni di recupero e smaltimento dei rifiuti
  4. Imprese ed enti produttori iniziali di rifiuti pericolosi
  5. Imprese ed enti produttori che hanno più di dieci dipendenti e sono produttori iniziali di rifiuti non pericolosi derivanti da lavorazioni industriali, da lavorazioni artigianali e da attività di recupero e smaltimento di rifiuti, fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento dei fumi (così come previsto dall'articolo 184 comma 3 lettere c), d) e g)).

Sono escluse le imprese agricole di cui all'articolo 2135 del codice civile, nonché i soggetti esercenti attività ricadenti nell'ambito dei codici ATECO 96.02.01, 96.02.02 e 96.09.02.

Infine, si tenga conto che deve essere presentato un MUD per ogni unità locale che sia obbligata, dalle norme vigenti, alla presentazione di dichiarazione, di comunicazione, di denuncia, di notificazione.

Che cosa è il MUD?

Il modello unico di dichiarazione ambientale (MUD), normato dall’art. 189 del d.lgs. 152/06, è lo strumento attraverso il quale vengono comunicate le informazioni sui rifiuti prodotti e/o smaltiti al Catasto dei rifiuti nell’anno precedente alla comunicazione.
La spedizione telematica alle Camere di commercio deve essere effettuata tramite il sito MUD Telematico.

Ci sono sanzioni per chi non compila il registro di carico e scarico rifiuti?

Ai sensi dell’art. 258 del d.lgs. 152/06 la mancata o incompleta tenuta dei registri di carico e scarico è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da duemilaseicento euro a quindicimilacinquecento euro. Per i produttori di rifiuti pericolosi si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da quindicimilacinquecento euro a novantatremila euro.

 

Se lavoro in più cantieri devo avere più registri di carico e scarico rifiuti?

I registri di carico e scarico sono tenuti presso ogni impianto di produzione o, nel caso in cui ciò risulti eccessivamente oneroso, nel sito di produzione, e integrati con i formulari di identificazione di cui all'articolo 193, comma 1, relativi al trasporto dei rifiuti.
Secondo la circolare ministeriale n. 3202/1990, sono soggetti all'obbligo di denuncia della nuova unità locale quei cantieri in cui esiste un ufficio amministrativo e/o un ufficio vendite e pertanto in tal caso si dovrà avere anche un apposito registro c/s. Diversamente il MUD consente la compilazione del modulo RE per la dichiarazione dei rifiuti prodotti al di fuori dell’unità locale.

 

Cosa devo fare per vidimare il registro di carico e scarico rifiuti?

I registri di carico e scarico sono numerati, vidimati e gestiti con le procedure e le modalità fissate dalla normativa sui registri IVA.
Gli obblighi connessi alla tenuta dei registri di carico e scarico si intendono correttamente adempiuti anche qualora sia utilizzata carta formato A4, regolarmente numerata.
 
I registri sono numerati e vidimati dalle Camere di commercio territorialmente competenti.

 

Chi e con quale cadenza periodica deve per legge compilare il registro di carico e scarico rifiuti?

Il registro di carico e scarico deve essere compilato:

  • per gli enti e le imprese produttori iniziali, entro dieci giorni lavorativi dalla produzione e dallo scarico;
  • per gli enti e le imprese che effettuano operazioni di preparazione per il riutilizzo, entro dieci giorni lavorativi dalla presa in carico dei rifiuti e dallo scarico dei rifiuti originati da detta attività;
  • per gli enti e le imprese che effettuano operazioni di trattamento, entro due giorni lavorativi dalla presa in carico e dalla conclusione dell'operazione di trattamento;
  • per gli intermediari e i commercianti, almeno due giorni lavorativi prima dell'avvio dell'operazione ed entro dieci giorni lavorativi dalla conclusione dell'operazione.

Che cosa è il registro di carico e scarico rifiuti?

Ai sensi dell’art. 190 del d.lgs. 152/06, il registro di carico e scarico è il documento di “contabilità” dei rifiuti e costituisce uno strumento indispensabile per la loro tracciabilità in quanto deve contenere tutte le operazioni di carico e scarico con le informazioni sulle caratteristiche qualitative e quantitative dei rifiuti prodotti o soggetti alle diverse attività di trattamento.

 

Come compilare il registro di carico e scarico rifiuti?

Il registro di carico/scarico riporta l'iter di vita del rifiuto, tracciando il suo percorso dalla produzione sino al suo recupero o smaltimento. Nel registro devono essere riportati i movimenti di carico (produzione rifiuto) e scarico dei rifiuti (conferimento al trasportatore).Per conoscere la procedura di compilazione segui il tutorial sul canale You tube di Nicola Veronico srl.

Per quanto tempo al massimo posso effettuare il deposito temporaneo di un rifiuto?

Il deposito temporaneo di un rifiuto è definito dalla lettera bb) dell’art. 183 del d.lgs. 152/06 come il raggruppamento dei rifiuti e il deposito preliminare alla raccolta ai fini del trasporto di detti rifiuti in un impianto di trattamento, effettuati, prima della raccolta, nel luogo in cui gli stessi sono prodotti, da intendersi quale l'intera area in cui si svolge l’attività che ha determinato la produzione dei rifiuti.
 
I tempi indicati per il deposito, affinché esso sia “temporaneo” e quindi legittimo, sono di tre mesi a prescindere dai quantitativi depositati oppure di un anno anche se non si supera il quantitativo di 30 metri cubi dei quali un massimo di 10 può essere costituito da rifiuti pericolosi (tale limite prevale anche su quello dei tre mesi quindi se viene superato prima dei tre mesi, il deposito non è più considerato “temporaneo” e i rifiuti devono essere avviati a recupero o smaltimento).

 


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